La famiglia nel bosco. Leggi il provvedimento.
Il decreto del TM di L’Aquila del 5 marzo 2026 è molto più di una decisione. È un manifesto antropologico su cosa significhi proteggere l'infanzia nell'epoca dell'iper-genitorialità. La famiglia incarna un paradosso contemporaneo: genitori che amano così intensamente i figli da soffocarli, che li proteggono così radicalmente da privarli di futuro. Il Tribunale non condanna questo amore. Ma stabilisce un principio incrollabile: i minori non sono proprietà genitoriale, sono persone in formazione, titolari di diritti autonomi. E quando i diritti del bambino confliggono con le convinzioni dei genitori, la bilancia pende – deve pendere – verso i primi.
Uno scenario complesso tra polemiche, scelte legislative e incoerenze
In questo scenario si inseriscono numerose polemiche, alimentate da scelte legislative e dalle reazioni del Governo. È stato ha introdotto l’art. 570-ter c.p. con il Decreto-legge Caivano n. 123 del 2023, stabilendo la reclusione fino a due anni per chi viola l’obbligo di istruzione. Si tratta di una misura punitiva che mira a contrastare la grave evasione scolastica, come dimostrano i casi di bambini analfabeti e privi di accesso alla scuola.
Si configura dunque una incoerenza di fondo: da un lato si penalizza severamente l’evasione scolastica, dall’altro si manifesta una sostanziale solidarietà con la “famiglia del bosco”, che rivendica uno stile di vita alternativo “nella natura” e lontano dalle regole tradizionali dell’istruzione pubblica. Nel caso della famiglia nel bosco i bambini non sanno né leggere né scrivere e appunto, non sono andati a scuola.
La vicenda, l’istruzione parentale e i suoi limiti…
La vicenda si dipana attorno a una famiglia che aveva scelto l'istruzione parentale come modalità educativa per i propri figli. Una scelta legittima, costituzionalmente garantita, che però celava un progressivo scivolamento verso l'isolamento totale.
Quando il Servizio Sociale tenta di entrare in contatto con il nucleo familiare, si scontra con un rifiuto sistematico: niente accessi domiciliari, niente osservazioni dirette, niente verifiche sulla condizione psico-fisica dei bambini. Un muro impenetrabile eretto in nome di una presunta autonomia genitoriale.
Il collocamento in comunità – disposto proprio per superare l’ostruzionismo genitoriale – rivela una realtà sconcertante: la primogenita, non raggiunge gli standard della terza elementare; i gemelli sfogliano libri per bambini di 3-5 anni.
Tutti e tre hanno difficoltà nel parlato italiano.
Nei primi giorni rifiutano di colorare, leggere o scrivere.
Non si tratta di semplici "lacune". È l’evidenza di un diritto costituzionale violato: quello all’istruzione, sacrificato sull’altare di un progetto genitoriale che si autodefinisce “scevro dai problemi del mondo”.
Il Tribunale aveva inizialmente consentito alla madre di risiedere nella comunità insieme ai minori – scelta non prescritta ma tollerata per favorire l’adattamento.
Una decisione che si rivela un boomerang. La madre, lungi dal facilitare il percorso, diventa l’architetto della resistenza: squalifica gli educatori davanti ai figli, ridicolizza la maestra, contesta gli orari (la cena alle 19:00 anziché alle 17:30 diventa “trauma”), trasforma ogni regola in sopruso.
Il messaggio implicito ai bambini è cristallino: “Queste persone sono nemiche, non fidarsi, resistere".
Emerge dalle pieghe del decreto un modello educativo fondato sull’“alto contatto” come dogma assoluto: co-sleeping perpetuo, vicinanza fisica costante, isolamento protettivo dal mondo esterno.
La Neuropsichiatria Infantile individua segnali di rapporto simbiotico, particolarmente con uno dei gemelli. Le urla strazianti quando la madre si allontana, il rifiuto di addormentarsi senza di lei: sono manifestazioni che oltrepassano il bisogno fisiologico di sicurezza del bambino, sconfinando nella dipendenza patologica.
Il decreto, con elegante pudore giuridico, parla di "romitaggio coltivato con determinazione". Traduzione: non è stata la vita a isolare questa famiglia, ma una scelta deliberata di erigere mura.
Pare che ci sia un copione elaborato per una resistenza strategica che può leggersi attraverso la cronologia dei fatti: una prima fase con un adattamento positivo dei bambini che vivono con entusiasmo l’esplorazione di una nuova vita. Poi c’è un evento spartiacque: la visita di amici dei genitori seguita da una seconda fase con una escalation distruttiva con vasi rotti, muri scarabocchiati, persiane divelte per farne armi
Il decreto lascia intuire senza affermare: esiste un copione concordato? I comportamenti distruttivi dei minori “aumentano il trauma” che la madre lamenta, creando un circolo che dovrebbe “dimostrare” l’inadeguatezza del collocamento.
La strategia difensiva è trasparente: se i bambini stanno male in comunità, significa che il provvedimento era sbagliato. Il Tribunale smonta questa logica: il malessere deriva dall’interferenza materna, non dall’ambiente protettivo.
Curiosa assenza di protagonismo: il padre appare sempre “adeguato”, “utile a rasserenare”. Mai ostruzionista, mai conflittuale.
Il decreto suggerisce di intensificare i contatti con lui. Tra le righe: esiste un genitore capace di collaborare, che però è rimasto schiacciato da una dinamica familiare egemonizzata dalla madre.
…il ruolo dei media nella vicenda…
Un elemento devastante, trattato con urgenza dal Tribunale, è l'esposizione mediatica orchestrata dai genitori stessi: registrazioni audio delle “urla” di uno dei gemelli diffuse sui media; una trasmissione che riprende le stanze dei minori, una campagna stampa che trasforma i bambini in vessilli di una battaglia ideologica.
Il paradosso è tragico: la difesa lamenta che la casa-famiglia abbia mostrato le stanze ai giornalisti (violando la privacy), ma sono gli stessi genitori ad aver trasformato i figli in casi mediatici.
Il Tribunale individua violazioni dell’art. 50 del Codice Privacy e della Carta di Treviso (tutela dei minori nei media), autorizzando tutore e curatore a ricorrere al Garante della Privacy.
… la scelta di trasferire i minori in un’altra struttura e la separazione della madre
Il Collegio ordina il trasferimento immediato in altra comunità, la separazione dalla madre (non più convivenza), l’assistenza della forza pubblica per l’esecuzione, la tutela della riservatezza (stop all’esposizione mediatica).
Il Tribunale opera una distinzione raffinata: non nega il valore dell’attaccamento genitoriale, riconosce che l’istruzione parentale è scelta legittima, ma sanziona la degenerazione di questi principi in strumenti di controllo totale.
La madre non viene "punita" per amore eccessivo, ma per aver sabotato sistematicamente ogni tentativo di restituire ai figli: il diritto all’istruzione effettiva. La capacità di relazionarsi con altri adulti, l’autonomia emotiva, il contatto con la realtà sociale.
Molti tribunali esitano prima di separare minori e genitori, temendo l'accusa di "strappo affettivo". Qui il Collegio inverte il paradigma: il vero trauma non è la separazione temporanea, ma la perpetuazione di una dinamica distruttiva.
Raramente una struttura dichiara così apertamente: "Non possiamo più gestire questa situazione". La casa-famiglia non lamenta solo difficoltà operative, ma rischi per l’incolumità (bambini che creano armi improvvisate, che aggrediscono educatori) e sacrificio degli altri ospiti.
È un'ammissione di impotenza che il Tribunale non stigmatizza, ma accoglie come dato di realtà.
Il decreto afferma implicitamente: l’istruzione parentale non è proprietà dei genitori, ma diritto del bambino. Se i genitori non sono in grado di garantirla (per incapacità o per scelta ideologica), lo Stato interviene.
La scelta di avviare percorsi scolastici pubblici non è punitiva verso i genitori, ma riparativa verso i minori.
Senza mai usare il termine, il decreto descrive una forma di alienazione: la madre che definisce gli educatori “cattive persone” davanti ai figli, che trasforma ogni frustrazione in “trauma”, che ridefinisce la normalità (orari dei pasti, regole di convivenza) come violenza.
I bambini diventano amplificatori del disagio materno, perdendo la capacità di elaborare autonomamente le esperienze.
La vera domanda che questo decreto lascia sospesa nell'aria è esistenziale: educare significa preparare i figli al mondo o costruire mondi alternativi per proteggerli dalla realtà?
La risposta del Collegio è nitida: la prima opzione. Sempre.
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di Valeria Cianciolo. NT sole24ore
10-03-2026 06:23
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